domenica 28 settembre 2014

123. PERCHÉ LA VITA E' UN BRIVIDO CHE VOLA VIA, E' TUTTO UN EQUILIBRIO SOPRA LA FOLLIA

Ahi mi amor, tutta la vita non saprò se mi hai amata oppure no!
Comunque sia, me ne farò una ragione. Non mi hai amata, hai gradito la mia compagnia per qualche mese, cosa cambia? Non era un sentimento tale da darti la forza di mandare tutto all'aria, lasciare la tua compagna, mettere su casa insieme, no di certo non lo era. E se invece fosse stato amore? E se questa voglia di stare assieme con gli occhi, con le parole, con il corpo, ma soprattutto con la mente, con un'intesa tale da essere oltre, oltre ogni conformismo, ogni luogo comune, ogni banale prevedibile espressione d'amore, fosse più grande, più vero dell'amore stesso? Più forte dei rassicuranti convenevoli, più forte dei 'ti amo', più forte delle giustificazioni, della presenza costante. Ahi mi amor, che rabbia quando mi hai lasciata sola quella sera che era destinata a me! Che dolore, quella tua fuga per raggiungere il posto 'ufficiale', il tuo ruolo lecito e sicuro. Perché meglio evitare che si arrabbi lei, io sono quella che non può pretendere niente, non ho alcun diritto, non posso arrabbiarmi, devo solo stare zitta e subire, come dire: ho voluto la bicicletta ed ora devo pedalare. Ahi mi amor, quanti tentativi di salvarmi, di chiudere tutto, prima che si trasformasse in qualcosa di 'importante', ma forse è stato tutto troppo importante, troppo presto. Tempi sbagliati, atmosfere inadeguate, eventi provvidenziali. Ahi mi amor, che belli i tuoi sguardi, che bella la tua sensazione di libertà quando eravamo insueme, la voglia di condividere con me i primi e gli ultimi minuti del giorno; noi soli contro il mondo, contro tutti quelli che vogliono tenerci sotto controllo. Che emozione quando mi stringevi e mi chiedevi di non lasciarti andare, e volevi che ti abbracciassi più forte! E poi? Poi il silenzio, poi i week end con lei, solo ed esclusivamente con lei. Ed io? Ed io zitta, a pedalare. Lei che fa i ricatti morali, che si lascia consumare se tu non ci sei, se non fai quello che vuole, lei che fa finta di essere debole, ma è molto più dura di una roccia, lei che si prende tutto quello che vuole! Ahi mi amor, tutta la vita non saprò se mi hai amato oppure no. Ma infondo, non ami neanche lei, neanche 'la prima scelta' ti soddisfa, e allora? Allora lei la temi, io no, io sono una scelta, io sono realmente desiderata, non sono un'imposizione, non minaccio. Ahi mi amor, tutta la vita non saprò se mi hai amato oppure no, ma infondo,  cosa conta? L'amore non esiste, esistiamo io e te.


martedì 23 settembre 2014

114.2 IL PREMIO DELLA SECONDA EDIZIONE

Si è chiuso con la vittoria della poesia di Laura Quagliariello la seconda edizione del concorso di poesia per incompetenti "MA VIR NU POC PUR 'E PULLECE TENEN 'A TOSSE". Il pubblico di FB ha deciso di premiare la seguente 'creatura':

martedì 16 settembre 2014

122. ARMIAMOCI E PARTITE

Non se n'è parlato abbastanza, non nel modo giusto. Siamo tutti d'accordo sull'evitabilità della tragedia del Rione Traiano a Napoli, sul valore di una vita umana. D'accordo sì, ma quanti di noi, persone perbene, costretti ogni giorno a subire i soprusi, l'arroganza e lo sbeffeggiamento dei delinquenti che affollano le nostre città, non hanno pensato 'che cazzo ci faceva un ragazzo di diciassette anni, in giro alle tre di notte sullo scooter, senza casco, con altri due amici? E perché non si è fermato davanti ai carabinieri?' Andava a lavorare? Non mi pare. Ammirava il paesaggio? Che cazzo ci faceva? Io ho amici perbene che potrebbero trovarsi a quell'ora in giro, per un qualsiasi lecito motivo, ma non si permetterebbero mai di deridere un carabiniere. Io sono stanca. Stanca di questo buonismo che nasconde un comportamento pavido, sempre più diffuso, una comprensione ed una tolleranza eccessiva, ma anche comprensibili. Troppo facile mostrarsi indulgenti con questi loschi individui, troppo facile e dannoso. Dannoso perché ogni volta che si lascia correre, si diventa complici, complici dell'illegalità, di tutte le morti di camorra! Ogni volta che facciamo finta di non vedere, di non capire, stiamo collaborando con loro, con le merde. Come ho detto, però, è un atteggiamento pavido, meschino, ma comprensibile. Dove sono le istituzioni quando si denuncia un illecito? Quale tutela si riserva ai danneggiati? Non c'è certezza della pena, non c'è giustizia. Armiamoci e partite! È il motto delle nostre istituzioni. Vorrebbero che i cittadini onesti si presentassero a loro per denunciare, per segnalare tutti gli attentati alla legalità cui quotidianamente assistiamo, e poi? O vanno dal denunciato e 'patteggiano' una soluzione, o fanno finta di arrestarlo e lo mettono fuori dopo due giorni. Intanto, manco usciamo dal commissariato dopo la denuncia, che come minimo ci rubano l'auto, entrano nelle nostre case, così, giusto per stabilire chi comanda. E allora? Allora come pensate di poter condannare un giovane carabiniere che ha intimato  l'alt a dei giovani irriverenti? Sapete chi fermano generalmente i poliziotti ed i carabinieri? Le donne, le famiglie, i preti e le suore. Finalmente si trova uno che fa il suo dovere, che segue l'istinto, la passione, che ha un'idea di giustizia ancora integra e che si fa? Lo si massacra con luoghi comuni e buonismo idiota. Sì, siamo d'accordo, un carabiniere non può sbagliare, deve saper gestire le situazioni difficili, deve mantenere la calma. Andateglielo a dire al bancario che assiste decine di volte all'anno alle rapine sul proprio luogo di lavoro, alla ragazza derubata del cellulare ricevuto in regalo dal papà, che si suda il suo stipendio, alla donna minacciata con la pistola alla tempia per il furto della fede, al commerciante costretto a pagare il pizzo. Diteglielo alla madre, alla vedova del mio collega Attilio Romanò, ammazzato per errore dalla camorra. Andateglielo a dire a mio padre, a cui hanno rubato cinque automobili perché non è sceso a compromessi, o a mia madre che hanno minacciato perché nel suo ruolo di educatrice, inculcava ai propri alunni delle elementari il rispetto della legge. Andateglielo a dire ai miei genitori, che quando sentono che al TG si parla della morte di un boss dicono: si sono sbagliati, hanno detto che è morto un boss, non è chiaro, va detto 'è morto un altro pezzo di merda'. E scusate la volgarità, ma qui non ce la facciamo più, e non lo vogliamo un altro carabiniere come quello che ha ammazzato Davide, ne vogliamo altri mille, altri diecimila. Che Dio mi perdoni, ma io l'Inferno lo vedo quaggiù.

venerdì 12 settembre 2014

121. SOLIDARIETÀ

Chi si accinge alla lettura di questo post, nella maggior parte dei casi, penserà al concetto di solidarietà come di generosità, di impegno etico-sociale verso chi è in difficoltà. Fino a qualche mese fa, io stessa avevo un'accezione esclusivamente positiva del termine, mi rievocava un po' i principi della Repubblica Francese (Liberté, Égalité, Fraternité), Fraternité, tutti solidali, tutti disponibili verso chi vive un disagio, "uno per tutti, tutti per uno", ma questa è un'altra storia. Inoltre, reminiscenze di natura universitaria, hanno contribuito a rafforzare l'aspetto positivo del termine, associandolo alla responsabilità dei soci nelle società di persone, al concetto di redistribuzione del reddito, che è poi uno dei principi base del nostro sistema economico. Crescendo, ho associato questo termine alle lotte di classe, alle battaglie sociali, o più semplicemente alle scelte determinate dal rispetto verso un familiare, un amico, un membro di un gruppo o una categoria cui si appartiene. Ecco, tutto molto bello, molto teorico, ammirevole. 
Ai miei colleghi che leggeranno questo post, invece, come a me del resto, la parola "solidarietà", da qualche tempo evoca spiacevoli sentimenti, sensazioni di insuccesso, di un sacrificio evitabile. Per molti dipendenti, purtroppo, questo termine ha perso il suo più nobile significato, costituendo nient'altro che il nome dell'ammortizzatore sociale cui ha fatto ricorso l'azienda per cui lavora.
Oggi io sono a casa perché anche la mia azienda ha fatto ricorso a questo ammortizzatore ed io non riesco a sentirmi contenta, non riesco a sentirmi "generosa", solidale. Eppure nei miei slogan da ragazzina, alle manifestazioni, c'era sempre quello che diceva "lavorare meno, lavorare tutti", ed io ci credevo, ed io lo urlavo con passione. All'epoca ero ancora più convinta di adesso di poter cambiare il mondo, di riuscire a far sentire la mia voce, di poter combattere per un ideale, e ritenevo che la solidarietà, il desiderio di un risultato utile a tutti, fosse condivisibile da tutti. E allora perché oggi sento che il mio contributo poteva essere evitato? Perché penso che gli ammortizzatori sociali non siano più un bene per i lavoratori, ma  un ulteriore "aiutino" dello stato alle aziende in difficoltà? Forse perché troppo spesso le persone vengono considerate numeri, perché non si pensa alle conseguenze che una scelta aziendale possa avere sugli uomini, sulle loro famiglie. E a pagare sono sempre gli stessi. Sì, d'accordo, ci hanno detto che ci sono degli esuberi, che ci sono lavoratori (colleghi) che rischiano il posto di lavoro, per cui abbiamo pensato che il nostro contributo fosse moralmente corretto, certo, ma se si fosse provato ad agire in altro modo? Se magari si fosse organizzato il lavoro in maniera tale da distribuirlo correttamente tra i dipendenti, se si fossero evitate assunzioni tese solo ad ottenere sovvenzionamenti, se non si fosse chiesto il supporto di società esterne? Prevenire è meglio che curare, no? E se poi alla fine davvero di dovesse far ricorso al licenziamento, lo si dovrebbe fare considerando le caratteristiche del dipendente, la sua capacità di "rivendersi" sul mercato del lavoro, e, soprattutto, bisognerebbe valutare il contributo reale che ciascuno apporta all'azienda, perché la solidarietà sia reciproca e non unilaterale. Non come in certe famiglie dove c'è chi dà sempre e quello che prende solo. Nelle imprese con scopo di lucro non funziona così. Parlo da profana, solo per dire che se si accettano alcune scelte aziendali, non sempre condivisibili, lo si fa in forma apparentemente passiva, perché non è data altra opportunità, ma occorre ricordare che quel mare di matricole "solidali" non hanno solo un cuore "ricattabile", ma anche un cervello.

domenica 7 settembre 2014

120. QUANTE PAROLE

Eccomi qui, con la mia tazza di tè verde, davanti al mio portatile, con la voglia di scrivere e di raccontare, di condividere e di sdrammatizzare. Della scrittrice ho solo l'immagine stereotipata, forse un po' lo spirito di osservazione, ma null'altro. Sono una donna, e questo basta a far capire quanto subisca gli sbalzi d'umore, quanto mi piaccia innamorarmi e soffrire per amore, e quanto mi addolori la sofferenza altrui. Sono madre di due femmine e per questo, mi sento ancora più responsabile della loro formazione, perché un genitore è un genitore, ma la madre di una donna è il suo esempio, è il suo futuro. Dalle nostre madri abbiamo appreso tutto, le più brave di noi hanno preso il meglio e perdonato il peggio, una parte non accetterà mai alcuni errori, ed una parte resterà eternamente nel ruolo filiale, fingendosi inconsapevole, ignara di tutto. Vorrei abbracciare ad una ad una tutte le donne: quelle che amano incondizionatamente, che infondono coraggio, quelle che usano gli uomini come giocattoli, senza aver letto le istruzioni, quelle che sognano eternamente il principe azzurro, e a furia di sognare non si accorgono del suo passaggio. Le donne che piangono per un capriccio, per un'ossessione, per una dipendenza nociva, e quelle che ridono di se stesse e della vita. Un abbraccio alle donne 'fragili' che piangono troppo spesso, che forse non hanno imparato ad amare e ad amarsi, e soprattutto a quelle 'forti', quelle che difficilmente fanno tenerezza, che sanno amare e provano ad amarsi tutti i giorni, che spesso soffrono in silenzio, ed hanno sempre un sorriso per tutti. Vorrei esserti accanto amica mia, quando lui non risponde al telefono, ad un messaggio, quando ti dice ti chiamo dopo e dopo non arriva mai. Quando scopri che le stesse parole che dice a te, le stesse canzoni che ti dedica, le sta dedicando contemporaneamente ad altre. Quando capisci che sei stata solo la compagna di una sera, o la distrazione di un'estate. Quando dopo anni di vita insieme, di quotidiana condivisione, ti tratta come un pezzo dell'arredamento. Vorrei esserti vicina, sorella mia, nei giorni dell'abbandono, quando vorresti vomitargli addosso le cose più cattive e trasferirgli tutto il male che hai dentro, vorresti che soffrisse almeno la metà di quanto soffri tu, vorresti che rinsavisse e si inginocchiasse davanti a te per chiederti perdono, e magari negarglielo. Vorrei esserti vicino quando poi torni sui tuoi passi, metti da parte la tua dignità e lo richiami, per incontrarlo ancora, anche per soli dieci minuti di piacere. Vorrei stringere forte te che hai dovuto spezzare il fiore che ti cresceva dentro, perché nessun uomo capirà quanto possa essere devastante una scelta simile. E poi vorrei ubriacarmi con te, amica di sempre, che sai quanto sia meschino l'essere umano, e non credi più a niente, che hai paura di soffrire, perché quando accade non c'è niente che possa spegnere l'incendio che ti brucia dentro, che ti schiaccia il petto e ti annebbia la vista, e temi che sia per sempre. Vorrei bere con te, per trovare rifugio nell'ironia e nella voglia di esserci sempre e comunque: con qualche ruga in più, con qualche Kilo in più, o in meno, con lo sguardo attento di chi sa di aver vissuto. Ubriacarmi di sangria e di risate ed abbracciare il tuo corpo segnato dal dolore e dal piacere, che la vita ha tracciato come un tatuaggio. Forza amiche mie! Usciamo a testa alta, viviamo, amiamo, soffriamo, abbracciamoci, ubriachiamoci, balliamo e ridiamo. Raccontiamoci, innamoriamoci del nostro corpo, abbiamone cura, nutriamo la nostra mente, custodiamo il nostro cuore, lasciamoci amare da chi ci considera uniche, non scendiamo a compromessi e, soprattutto, non consentiamo a nessuno di mancarci di rispetto, mai.


giovedì 4 settembre 2014

119. BUONA VITA


Stamattina apro la posta di FB e trovo questa ...

Cara Mavi, 
leggo da qualche mese il tuo blog e mi ritrovo spesso in molte delle sensazioni e delle emozioni che riporti. Più volte sono stata tentata di rispondere, di commentare, ma poi l'ho ritenuto superfluo. Sembrava ripetere quello che avevi scritto tu e non aggiungere nulla di nuovo. Ho letto e riletto con attenzione il tuo post 'Amarsi un po'', mi è piaciuto tanto, ed ho apprezzato anche il commento di Nat. Alla fine, stiamo sempre a chiederci se nella vita abbiamo fatto le scelte giuste, se stiamo davvero rincorrendo la felicità, se magari l'abbiamo lasciata scappare ed ora ci stiamo accontentando. Sai cosa credo? Credo che comunque sia sempre importante 'scegliere' ed essere determinati. Non vivere situazioni indefinite, lasciarsi andare completamente, fidarsi delle proprie emozioni e porre fine a relazioni dannose, anche se con tanta fatica. In questi ultimi mesi, forse anni, ho avuto momenti difficili, ho affrontato una separazione, ho frequentato persone che più che sbagliate, definirei 'inadeguate', non adatte a me. Mi sono concessa a chi elargiva facili, quanto false lusinghe, ho creduto alle parole di squallidi dongiovanni alla deriva, a volte con consapevolezza, altre con la speranza che fosse tutto vero, che avevo finalmente ritrovato l'amore. Adesso ho messo un punto, tiro le somme e capisco molte cose. Non rimpiango nulla, ma mi sento di dire di essere una che non si accontenta. E sai perché Mavi? Perché l'amore vero io l'ho conosciuto. Ho conosciuto lo sguardo di chi non desiderava altro che prendersi cura di me, ho incontrato il suo sorriso rassicurante, l'ho visto godere dei miei successi, ho assistito alla crescita della mia e della sua autostima. Ho amato e sono stata riamata, avvolta nel fuoco di una passione che dava la carica ad entrambi, che ci faceva sentire invincibili. Ho provato l'amore vero, quello che ti migliora, ti fa sentire la persona più fortunata al mondo, perché sei bella, intelligente, imbattibile, ed hai davanti uno che si sente altrettanto bello, intelligente ed imbattibile. Sì, questo è l'amore: quella strana alchimia che ti carica, che ti fa vedere tutto con un certo distacco. Perché hai quest'ala protettiva che fa rimbalzare ogni attentato alla tua serenità, al tuo benessere. Io l'ho conosciuto l'amore vero, l'ho vissuto con la presunzione di chi ha saputo aspettare, di chi non si è lasciata ingannare da predatori ciechi ed insensibili, di chi ha preferito rinunciare a quelle vane brevi emozioni, fini a se stesse. Poche, maledette e subito. No, non ci sto. Non ci sono stata mai a questi giochi, e quando ho perso il vero amore ed ho provato a giocare, ho bruciato subito la mia vincita. Ci sono tante, troppe storie vuote, Mavi. Ci sono troppe persone che si accontentano, per la paura di restare soli,  uomini e donne che vivono relazioni che fanno solo sprecare tempo ed energie, e che portano ad una costante insoddisfazione. Io adesso sono sola, ma lo sono molto meno di chi vive storie sbagliate. Sì, adesso sono sola, ma posso dire di aver amato, con gioia, con generosità. L'amore vero lo riconosci dalla reciprocità, dalle coincidenze-non coincidenze, dalle piccole gioie quotidiane. Dal sorriso stampato sulle labbra che hai quando ti svegli al mattino, dalla serenità che riesci ad ingondere agli altri. Diffidate dalle imitazioni. Le imitazioni tolgono serenità, stancano, sanno solo prendere, l'amore vero, viceversa, è fonte di energia, dà forza e coraggio, dà la vita. Nutre anima, corpo e mente. Ma bisogna volerlo. C'è chi ritiene di non essere all'altezza, di non meritare la felicità. A queste persone auguro un'onda anomala, un evento provvidenziale che scuota i loro cuori e faccia uscire fuori l'amore per se stessi. Buona vita Mavi!