giovedì 31 dicembre 2015

184. MASTICANDO UNA GOMMA AL GUSTO DI FONDOSCHIENA

"Che non finisce mai, non finisce mai e non finisce maaaaiiii"
Così cantava la mattina del 31 dicembre del 2015 l'uomo canuto, mentre si guardava nello specchio del suo bagno, felice, perché anche quest'anno ce l'aveva fatta. 
"Noi siamo gli immortaaaaliiii" E se a 98 anni riusciva ancora a cantare ed a riconoscere l'immagine riflessa, forse era vero ...
"Guardamiii prendo tutta la vita com'èeee, non la faccio finita, ma incrocio le dita e mi faccio un caffè" canticchiava Angelina, mentre versava il latte nelle tazze delle sue bambine, reduce da un anno di delusioni, mortificazioni, sconfitte e ... di merda insomma, fiera e coraggiosa.
"E non è scritto da nessuna parte che io e te avremmo avuto vita regolareeeee" urlava Saverio, traditore impenitente, amante prodigo e felice di avere accanto una donna che lo avrebbe sempre perdonato, troppo insicura per farsi rispettare, donna senza aspettative, oramai arida e triste.
"L'anno che sta arrivando, tra un anno finirà, io mi sto preparando, è questa la novità..."
Cantava il nostalgico Sergio, uomo barbuto di mezza età, neo vedovo.
"L'amore non ha torto l'amore non ha ragione, l'amore batte i denti, l'amore scalda il cuore" urlava Claudia, dall'alto dei suoi venticinque anni, bella e sicura.
"Non è razionale, non lo puoi spiegare: tremano le gambe mentre ride il cuore ..." sussurrava Spago, pensando al suo ragazzo inquieto
"Libertà è un concetto semplice se non ne sai il significato..." Cantava Laura, con la maturità e la consapevolezza di aver vissuto sempre con intensità e di aver pagato caro il prezzo della propria integrità.
"Viva il crogiuolo di pinzeeee, viva il crogiuolo di panzeeee ..." Cantava Massimo massaggiandosi la pancia indurita dagli abusi dei festeggiamenti natalizi, alla faccia dei vegani!
"Ho consumato 21 grammi di felicità... " cantavano inconsapevoli Bianca e Simona, belle e sfrontate come solo i bambini sanno essere.
"Amore mio, ma come ho fatto a restare in silenzio difronte a teeeee ..." Cantava Imma un po' malinconica, mentre accarezzava il suo cane, surrogato di figlie lontane.
"Un giorno all'improvviso m'innamorai di teee ..." cantavano a squarciagola Elio e Greta, suscitando sorrisi e tenerezza.
"La raccolta porta a porta, la raccolta porta a porta... ritmava a suon di slogan Francesca, facendo sorridere la piccola Emma che teneva tra le braccia.
"E quando arriva la notte, e resto sola con me, la testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché ..." Canticchiava Silvia, con gli occhi bagnati.
"Io posso dire la mia sugli uomini, qualcuno l'ho conosciuto, qualcuno mi è solo sembrato, qualcuno l'ho proprio sbagliato ..." intonava a bassa voce Valeria, mentre tornava a casa, stanca di lavoro.
"A che sarà che sarà ..." intonava Nat, pensando a quanto fossero belli i testi delle canzoni di qualche anno fa.
Mentre si brindava al nuovo anno, con qualche lacrima di troppo, si tenevano per mano Vittorio e Maria, e dicevano cose incomprensibili ...

E tante altre parole ancora si potevano ascoltare quel 31 dicembre: auguri finti e silenzi assordanti, messaggi inaspettati e quelli mai inviati. 
Non voglio fare la guerra ai botti, a me piace festeggiare accendendo bengala e sparando botticelle, certo, ci vuole misura in tutto, quei botti che spaccano vetri e timpani non servono a nulla, solo allo stolto che non ha altro modo per farsi sentire. Ma bisogna mandarlo via quest'anno, e far festa per l'arrivo del nuovo, in ogni modo, perché se lo accogliamo bene, forse ci riserverà belle sorprese ...
Credo che Jovanotti, a furia di masticare gomme dai gusti improbabili, abbia prodotto sufficiente saliva per riempire le vasche da bagno di tutte le case della famiglia Renzi, quindi spero che l'anno nuovo il "simpatico" Matteo, avendo sempre la bocca aperta, riesca ad ingurgitare litri di saliva al gusto di ... beh leggete il titolo del post e, a tutti voi, parenti e amici meravigliosi, lettori coraggiosi e non, ammiratori sconosciuti, discreti e non, tanti auguri. Buon anno!





sabato 19 dicembre 2015

183. DIO È MORTO, MARX È MORTO, ED IO NON MI SENTO MOLTO BENE

Eccomi qua, dopo una breve pausa sono tornata. Non è che in questo periodo non avessi avuto niente da raccontare, anzi, di idee e di elucubrazioni di vario genere avrei potuto scrivere ogni giorno, ma non mi piaceva il modo. Sarebbe stato più che mai il mio mondo, quello che avrei scritto sarebbe stato sì dettato dal mio filosofico approccio alla vita, talvolta triste, talvolta ironico, ma sarebbe anche stato troppo imbarazzante. Mi spiego. Raccontare storie verosimili, commentare eventi noti e meno, è la mia passione, ma il modo in cui l’avrei fatto sarebbe stato fortemente influenzato dal mio attuale stato di donna amareggiata e disillusa. La vita mi ha sottoposta a dure prove nel corso degli ultimi anni, soprattutto in questo disastroso 2015, ma sono fermamente convinta che dai disastri nasca il meglio. È sempre preferibile disfare tutto e poi ricostruire piuttosto che provare ad aggiustare.
Per questo, ai miei lettori affezionati, che negli ultimi mesi hanno colto la mia tristezza ed il mio disincanto, voglio mostrare il mio lato migliore, la mia fiducia nelle mie forze e nel futuro, voglio continuare a raccontare ed a svelare tutti i pensieri e le emozioni che ci accomunano, perché il mondo di Mavi è tutto: è voglia di amare ed essere amati, è rabbia per i soprusi e le ingiustizie sociali, è passione per l’arte in ogni sua forma, è amicizia, è caos, è famiglia.
Il titolo del post è un chiaro richiamo celebrativo all’autore, il grandissimo Woody Allen, che lo scorso primo dicembre ha compiuto 80 anni. Quest’omino geniale, per cui nutro grandissima ammirazione, tra i più noti ebrei d’America, il più europeo degli autori d’oltreoceano, ironico, astuto, introspettivo, sadico e meravigliosamente stupefacente. È anche su di lui che avrei voluto scrivere un post gli scorsi giorni, ma poi sarei caduta nella trappola del mio stato d’animo e avrei speso molte più parole sull’aspetto umano di questo misero uomo. E non che non fosse giusto, magari avrebbe fatto sorridere anche lui, ma di Woody andava celebrato per le sue doti artistiche, per il modo in cui ha saputo farci ridere e sorridere, ironizzando sulle disavventure della vita, sui disagi personali e sulle debolezze di noi miseri abitanti di questa terra.
Avrei voluto anche scrivere dell’avvicendamento di Mario Calabresi alla direzione de la Repubblica, e del contestuale abbandono di Adriano Sofri, ma anche in questo caso mi sarei soffermata quasi esclusivamente sull’aspetto emotivo della vicenda. Io non lo so cosa sia giusto o sbagliato, ma so di certo che non riuscirei mai a perdonare un uomo che considero responsabile della morte di mio padre, direttamente o indirettamente. Toccatemi genitori o figli, divento una leonessa, chi mi conosce lo sa.
E adesso tocca a me, adesso Mavi deve cacciare gli artigli per difendere se stessa, per prendersi cura di sé. Il grande Pino che ci ha lasciato all’inizio di questo tormentato anno, cantava: Sient nun fa accussì, nun dà retta a nisciun, fatt ‘e fatt tuoje, ma si a suffrì caccia a currea …


Buon Natale e felice 2016 a tutti voi, amici e nemici del blog, siate sereni, generosi ed altruisti, ma arrabbiatevi ed abbiate il coraggio di incazzarvi se non vi rispettano! 

domenica 22 novembre 2015

182. LIBERTÉ ÈGALITÉ FRATERNITÉ

Questa settimana si è fatto un gran parlare sulla tragedia di Parigi, sul terrorismo, sull'Islam, sul Corano, Oriana Fallaci, le bandiere, i profili, gli ashtag e i condizionamenti vari. Sui  social si è detto di tutto, si sono dipinti i profili e si sono derisi quelli che lo facevano; si sono diffuse notizie su altre stragi e si è parlato di morti di serie A e morti di serie B. Poi si è capito che il terrorismo diffonde il panico ed è tornata di moda la parola 'coraggio'. Adesso lanciano falsi allarmi e si guarda con sospetto chiunque, e le borse abbandonate non le ruba più nessuno. Ho sempre difeso i social e continuerò a farlo, per la loro principale funzione di intrattenimento interattivo.  Sono gli amplificatori delle chiacchiere da bar, è vero, ma sono anche una compagnia (seppure illusoria) per tutti, e consentono un confronto con i soggetti più disparati. Fino a poco tempo fa l’opinione pubblica era guidata da giornali e TV, con la diffusione di internet, si è ampliata e velocizzata la trasmissione delle notizie e con essa il senso critico. La TV, purtroppo, non riesce a star dietro a questa valanga di informazioni che provengono dal web e sta perdendo il controllo: parla di argomenti già sviscerati in altre sedi e si sofferma su aspetti folkloristici di dubbio interesse. Insomma, è diventata ancor più noiosa! Un paio di giorni fa, mi è capitato di guardare un programma nel quale si discuteva del 'caso' di sei studentesse del varesotto, che si erano rifiutate di osservare il minuto di silenzio previsto per le vittime degli attentati terroristici francesi dei giorni prima. Pare che le studentesse avessero scelto di agire in tal senso per ribadire il concetto della eguaglianza dei popoli e, in special modo, dei morti.  Avrebbero voluto osservare un minuto di silenzio anche per le vittime di altre stragi e di altre nazioni. Di qui, tutta una disquisizione sull'opportunità di una tale scelta, sulla religione di appartenenza delle studentesse, sull'educazione familiare e quanto altro. Nell'ascoltare le teorie più disparate e spesso davvero incondivisibili, pensavo a me alla loro età. Mi sono ricordata di quando andavo alle manifestazioni studentesche per rivendicare i miei diritti, quando mi ero appassionata agli eventi del sessantotto, e a quel tema di Italiano la cui traccia chiedeva più o meno di descrivere quale fosse il mio programma televisivo preferito, motivandone la scelta. Era il periodo in cui iniziavo a prendere coscienza di me, a delineare i miei principi, i miei valori, non davo niente per scontato e soprattutto, non volevo che nessuno mi dicesse cosa fare e pensare. Decisi quindi di svolgere il mio tema cominciando a contestare la traccia: descrivere un programma televisivo preferito presupponeva che io, come tutti i miei compagni di classe, guardassi abitualmente la televisione, supposizione del tutto falsa. Lo svolgimento del tema, quindi, fu essenzialmente caratterizzato dalla mia voglia di libertà, di rifiuto per l’omologazione, e per ogni sorta di pregiudizio. E forse, è anche per colpa della mia insegnante di quei tempi, che io continuo a dire la mia sempre e comunque, anche qui, perché quel tema fu valutato da lei ottimamente. Non criticate, quindi, le ragazzine che si sono allontanate nel minuto di silenzio, hanno voluto uscire dalla massa, far intendere che non vogliono subire le scelte altrui, e magari tra qualche anno, ripensando a quel gesto, ci rideranno su, perché il minuto di silenzio per i morti andava fatto comunque, magari aggiungendone un altro per le vittime della Siria e di tutti gli altri paesi in guerra. Così come adesso sorrido anche io, ripensando a me che a quattordici anni di TV ne guardavo e come, non era vero che non avessi un programma preferito: seguivo le trasmissioni musicali, qualche tribuna politica, e la sera tiravo tardi per aspettare Renzo Arbore. Sicuramente oggi vedo meno TV di allora, ma all'epoca dovevo contestare tutto. Perciò mi fanno quasi tenerezza quelli che vogliono andare controcorrente a tutti i costi, sui social come nella vita, mi ricordano quella fase della mia adolescenza in cui non volevo darla buona a nessuno, in cui credevo che dire la propria significasse per forza uscire dalla massa. Oggi, più che mai, sono convinta che non sia così. Magari anche la Mavi di qualche anno fa avrebbe contestato la bandiera francese sui profili FB, il minuto di silenzio, avrebbe fatto della dietrologia, ma con qualche anno in più e qualche certezza in meno, credo fermamente nella spontaneità e nella libertà, e non condanno l'uso del tricolore francese a scopo commemorativo. Se li abbiamo sempre chiamati i “cugini d'oltralpe” è perché ne abbiamo passate tante insieme, abbiamo condiviso battaglie e lotte sociali, ci siamo scambiati culture e civiltà, e a me, onestamente, pare naturale che si pianga più per la perdita di un parente che per quella di un affine. 

giovedì 15 ottobre 2015

178. L'ABITO NON FA IL MONACO

Pochi mesi fa ho acquistato un'auto usata, un'utilitaria, non posso definirla una city car, perché è un'espressione troppo moderna che non le si addice, sarebbe come definire vintage l'abbigliamento di mia zia ottantenne. La carrozzeria ha qualche ammaccatura evidente, caratteristica che ho subito apprezzato in quanto avrebbe costituito un deterrente per i ladri, una sorta di antifurto naturale, come dire "ma chi s'a piglia?". L'elemento estetico, però, seppure la rende meno appetibile nei confronti degli illeciti mercanti di pezzi di ricambio, sortisce un ulteriore effetto che non avevo valutato. Partendo dal presupposto che l'aspetto di una donna è sempre un elemento fondamentale nella sua valutazione, checché se ne dica, citazioni e aforismi di sfigate a parte, la sua auto, in quanto sua estensione, costituisce un parametro fondamentale per determinare il giudizio di un uomo. Mi è bastato guidarla pochi  minuti per realizzare che il look minimalista mi avrebbe aiutata ad essere considerata una donna pratica e concreta, una di quelle che usa l'auto per andare a lavorare, insomma, non per fare shopping o raggiungere l'amante di turno (in questi casi, infatti, le donne hanno un inutile fuoristrada o un gingillo piccolo e costosissimo), e questo mi fa sempre piacere. L'aspetto da utilitaria con qualche acciacco, però, ha un effetto sopra tutti: autorizza gli altri automobilisti a reputarmi una conducente distratta, o meglio, per dirla da maschio rude, pilota di Formula Uno mancato, una "incapace". Già per il solo fatto di essere donna, vengo reputata poco abile alla guida, soprattutto in fase di parcheggio, se poi si accorgono delle due belle ammaccature che la mia Ciaccatella (così l'ho battezzata) presenta su entrambi i lati del paraurti anteriore, viene naturale che per i più io sia meritevole del titolo di "perfetta imbranata". Il fumetto con i pensieri dei piloti mancati si palesa quando mi trovo ad una rotonda, quando, quasi timorosi, rallentano e mi danno l'opportunità di passare e di leggere ovviamente il loro pensiero, tipo "Questa mi viene addosso e non se ne fotte, tanto non ha niente da perdere". L'altro giorno, mentre parcheggiavo a retromarcia tra due auto, mi veniva incontro un uomo di mezza età che, procedendo a passo lento, quasi tremante, mostrava un volto pallido e preoccupato, una tensione che ho visto scomparire in un attimo, appena ho terminato la manovra ed ho spento la macchina. D'improvviso il volto gli si è illuminato, colorito, non ha saputo trattenersi, mi ha guardato sorridente ed ha alzato il pollice della mano destra in alto, era felice: mi ero accostata alla sua Mercedes senza sfiorarla, lasciandogli anche lo spazio per aprire la portiera. Da una che guida una macchina tutta scassata, non se lo sarebbe mai aspettato!
Insomma, "donna al volante pericolo costante", ma io aggiungerei anche:
"Presenza all'incrocio del vigile impettito, blocco del traffico garantito". Sarà che soffrono di solitudine, ma sistematicamente, riescono a creare degli ingorghi meravigliosi, tutte le auto vicine vicine.
"Niente per me, niente per nessuno". All'automobilista medio non frega niente della preselezione in prossimità di un bivio o di un semaforo, anzi, è fortemente invidioso di chi può percorrere strade più libere, ha il verde del semaforo prima del suo o è semplicemente diretto verso zone della città che non siano il Centro Direzionale!
"A ciascuno la sua percezione del tempo". Se tutti parcheggiassimo per cinque minuti nel posto sbagliato, il posto sbagliato sarebbe perennemente occupato!
"Gli scivoli dei marciapiedi non servono per rendere più agevole l'apertura della portiera di un'auto sovraccarica". E' difficile spiegare che non si parcheggia davanti ad uno scivolo neanche per un secondo, molto difficile quando hai a che fare con automobilisti che non hanno un handicap motorio, ma forse di altro genere.

lunedì 5 ottobre 2015

177. DOTTOR CERÈ, DOTTOR DE CHE?

Su FB imperversa il dr Cerè, i suoi consigli, le sue regole per vivere bene.  Roberto Cerè si ama definire "allenatore mentale", "Se vuoi puoi" è un suo libro in cui sono riportate tutte le regole per il successo. Finalmente! Adesso sì che possiamo essere felici! Questa mattina in radio ho potuto sentire anche la voce del dr Cerè (dottore in cosa ancora non si è capito!), fantastico. Il dr Cerè, faccia da personal trainer, voce da settentrionale scattante, a me non provoca alcuna reazione positiva, anzi, mi irrita come tutte le banalità e la retorica in cui rischiamo di affogare ogni giorno. Questo mare di "parole motivanti", "concetti positivi", questi palliativi per le persone un po' scontente, che hanno bisogno di accettarsi.
Questa mattina il dr Cerè, senza scuorno diremmo a Napoli, insomma, senza vergogna, declamava dieci principi per vivere bene, e, tra questi, la necessità di sorridere sempre, di mostrare sempre allegria, perché solo chi sorride sempre potrà stare bene, difatti, ha concluso, i ricchi non sono mai depressi! Tutto il peggio del dottor Cerè è racchiuso in questa affermazione! Se prima ero solo leggermente infastidita dalla sua persona e dalla sua maniera di essere sciacallo delle fragili menti umane, dopo questo intervento, ritengo sia una delle persone più squallide ed inutili che il web abbia proposto negli ultimi anni, anzi, addirittura deleterio. Ma perché dar credito a questi soggetti? Ma non era meglio il consiglio della vicina di casa? Perché questi individui si arrogano il diritto di dirci come vivere, anzi, fanno finta di voler aiutare tutti a sentirsi bene, ad essere migliori, a vincere, non è che forse lo fanno solo per far soldi? Ma che stupidaggine è mai questa? Ma quando mai i ricchi non sono mai depressi! Anzi, è risaputo che chi ha la possibilità di comprare tutto, scopre troppo presto che non può comprarsi i sentimenti e la serenità, è risaputo che tra i ricchi c'è il maggior numero di depressi! Ma dove cazzo l'hanno preso questo? Già non nutro simpatia per i vari Coelho e per tutti quelli che vogliono fare della psicologia spicciola, che vogliono insegnare l'arte dello zen con quattro frasi fatte e parole ad effetto. Tutti fornitori di "energia positiva", che bravi! Finalmente possiamo vedere al cinema un film per bambini in cui c'è un meraviglioso elogio alla tristezza, finalmente ci è "consentito" mostrarci abbattuti e non sempre carichi e contenti, finalmente si comincia a diffondere l'idea che le persone che sanno soffrire sono più sane di quelle che non sanno accettare la tristezza, che la natura non debba essere forzata. E tu, dr Cerè, che fai? In un tranquillo lunedì mattina, ti rivolgi a migliaia di persone che si stanno affannando per preparare i figli in tempo per la scuola, che combattono contro il traffico dei giorni di pioggia per raggiungere il posto di lavoro, o che magari escono per cercarlo un lavoro, che contano le monete che hanno in borsa per capire cosa devono mangiare, e dici loro che devono sorridere, che così diventeranno ricchi e quindi mai depressi. Ma da dove cavolo è uscito questo? Dall'Università di Facebook? Trovo molto più sano e produttivo parlare col salumiere, con lo spazzino, con la segretaria dello studio medico, con la schiera di dipendenti di call center, con chiunque si voglia, ma che sia magari più spontaneo. Se poi si è interessati alla filosofia, alla psicologia, magari sarebbe opportuno procurarsi dei testi pubblicati da autori competenti. Invece si dà ascolto a queste persone e si creano dei falsi miti. Forse lo facciamo perché vogliamo tutto facile, tutto a portata di mano: più comodo leggere 10 regole per vivere bene che studiare un testo di 300 pagine e farsi poi un'idea propria. Vorremmo un guadagno facile, una vita facile, senza voler accettare che tutto ha un prezzo, che sicuramente è più alto del prezzo di un libro di un motivatore. Il lavoro, amici miei, il LA VO RO, è l'unico vero prezzo che dobbiamo essere disposti a pagare! Si deve lavorare per guadagnare, i soldi facili sono sporchi e non durano mai tanto. La felicità ha un prezzo che si chiama rinuncia, sofferenza, attesa. Ma dire ad un pubblico di persone bisognose d'amore: "devi soffrire ancora", "non sei stato corretto con il tuo amico", "lavora di più", "devi aspettare", "non sei stimato perché non sei meritevole di stima", "non si può avere tutto ciò che si desidera!", non genera proseliti e guadagni quanto le "parole positive": volontà, potere, ricchezza, possesso, felicità, amore.  Tutto ha un prezzo, anche l'amore. La felicità è il premio che la vita riserva solo a chi è in grado di pagarne il prezzo e, soprattutto, di apprezzarne il VALORE; il bene, bisogna meritarselo. E allora siate tristi quando volete, siate sinceri, chiedete aiuto quando volete, vi ritroverete accanto solo le persone che davvero ci tengono a voi: i finti amici scappano, si annoiano, si prendono solo il meglio e non vogliono aiutarvi. Non vogliono sentire lamenti o sofferenze, perché qualcuno gli ha insegnato, in maniera sbagliata, il concetto di "energia negativa", credono che chi sta male possa "infettarli" e si guardano bene dal frequentarli e, soprattutto, stanno bene attenti a non mostrarsi contenti. Allontanateli questi finti amici, la vera energia negativa è la loro, è quella di chi non sa condividere la gioia, che teme di essere contagiato dal virus della tristezza, che teme di essere invidiato perché probabilmente è il primo ad invidiare. Non abbiate timore di mostrare il dolore, non c'è niente di più bello e vero di un sorriso che nasce tra le lacrime.
Forse più che le regole per vivere bene, dr Cerè, bisognerebbe che tutti cominciassimo a studiare i doveri.

mercoledì 30 settembre 2015

176. IN CHE STATO SIAMO!

Al lavoro
Ringrazio Dio per avermi dato la forza
A volte mi chiedo se vale la pena lottare per amore, poi mi ricordo di te e sono pronto per la guerra
Occupato
Peace & love
Sorridi alla vita
Sii gentile ed abbi coraggio
Disponibile
Sto pescando
E’ solo quando avrai smesso di rincorrere le cose sbagliate, che darai una possibilità a quelle giuste di raggiungerti
E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio
‘cause two can keep a secret if one of them is dead
Degli abbracci mi piace il modo in cui ti parlano, quel “resta qui” detto forte, ma senza voce
Sono sempre i sogni a dare forma al mondo
Hey there! I am using WhatsApp
Mio Dio perdona loro che non sanno quello che fanno
Alla fine un cazzo di abbraccio vale più di una scopata
La vera forza non si misura da quelli che hai sconfitto, ma da quelli che hai protetto
Sta scrivendo …
Non piangere di notte per il sole, altrimenti le lacrime ti impediscono di vedere le stelle
Amor vincit omnia
La curva più bella di una donna è il suo sorriso
Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare
‘O munn è comm t’o faje ‘ncap

Sono alcuni tra gli stati di WhatsApp che leggo dal mio smartphone, gioia e dolore dei nostri giorni.

Al di là dei  pragmatici, che sono almeno la metà del popolo di cybermessaggiatori, che non inseriscono alcuno stato o, al massimo, usano uno di quelli previsti dall’applicazione; ciascuno di noi ha tra i contatti dei sognatori, che mettono sempre un cuore o la parola amore, sperando che tutti capiscano la loro indole romantica; i religiosi, che nominano Dio, come a chiedergli aiuto anche sul cellulare; i cinefili e i musicofili, che inseriscono frasi di film o di canzoni legate al ricordo di persone o momenti; gli animatori, che incitano al sorriso, all’allegria, che inseriscono simboli che rappresentano fiori e soli; i saggi, che scrivono frasi da uomini e donne vissuti, come se fossero ormai dei disillusi, ma il più delle volte non hanno più di 14 anni; gli ironici, quasi sempre autori delle frasi che scrivono, spesso senza senso, sono i più originali; i subliminali, che riportano messaggi mirati a qualcuno che non leggerà mai il loro stato, alla fine, però, trovano sempre qualcun altro che si emozionerà credendo di essere il/la reale destinatario/a, perché, si sa, ‘o munn è comm t’o faje ‘ncap!