domenica 7 gennaio 2018

273. NAPOLI VELATA E L'ATTESA INCANTATA


Stamattina mi sono svegliata con i tamburi, letteralmente. Il silenzio della domenica mattina è stato bruscamente interrotto dalla banda della Madonna dell'Arco! Napoli è anche questo. Ho pensato che nel film di Ozpetek che ho visto ieri sera al cinema, ci sarebbe stato bene anche questo odioso frastuono. O forse no, sarebbe stato troppo. Sì, troppo, perché nella Napoli velata di suoni ce ne sono tanti, forti, contrastanti, di musiche e di voci appassionate, di batterie invadenti e corpi ansimanti. Ma ciò che urla di più nel film è la fotografia, carica di un misticismo assordante. È la celebrazione di una città che fa sempre parlare di sé, ricca di simboli, tradizioni e misteri, piena di vita, ma anche di morte. La rappresentazione del suo lato oscuro, un po' grottesca, fa storcere il naso ad una certa borghesia locale che di partenopeo non ha quasi niente. Così, immagini forti e suggestive, ed un cast di rilievo, distolgono da una sceneggiatura debole e prevedibile. Sembrerebbe quasi che la trama sia funzionale alla fotografia. 
Insomma, dove c'è una primadonna, il resto conta poco o niente, e Napoli, ancora una volta non delude, e fa discutere di sé. 
A me il film è piaciuto, è un bello spot sulla città più ricca di contraddizioni e di eccessi, su di una Napoli che offre sempre mille spunti per far parlare di sé, che urla, si apre, si mostra a tutti, ma riesce sempre a mantenere un certo lato oscuro, misterioso. Chi nasce in questa città impara a convivere con la sua magia, chi la viene a visitare la guarda e aspetta di capire, aspetta che svanisca l'incantesimo. .. perché come ho sentito oggi nelle strade dei quartieri spagnoli: l'attesa non stut a candela. 
E allora, lasciamolo questo velo, che Napoli non sia mai banale e continui ad amare tutti i suoi figli, quelli che ci sono nati e non la conoscono e quelli che vi sono arrivati e aspettano che cada il velo.


domenica 31 dicembre 2017

272. AUGURI


Allora, il 2018 sarà un anno qualunque, del resto cosa posso pretendere da un anno pari che non ha neanche le palle di essere bisestile? Considerata la mancanza di personalità dei numeri pari, sempre così accondiscendenti, divisibili, equi e solidali, e tenuto conto che gli anni dispari sono sempre stati forieri di gioie, come quelli in cui sono nate le mie figlie, Woody Allen, mio padre, Italo Calvino, quello del primo scudetto del Napoli, del mio primo contratto di lavoro a tempo indeterminato, quelli in cui sono state incise canzoni del calibro di Stairway to heaven, La costruzione di un amore, La guerra di Piero, non nutro grandi aspettative verso il nuovo anno.
Il 2017 è partito in sordina, dj Fabo è andato a morire fuori dall'Italia, ma poi la legge sul testamento biologico è stata approvata (“Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”), la valanga su Rigopiano ed il terremoto di Casamicciola annientano, donne ed uomini muoiono, noncuranti di un insopportabile neologismo che vorrebbe distinguere un omicidio alla pari da quello verso deboli esseri di genere femminile. Paure di un nazismo latente, ius soli e camere sciolte, mentre la scimmia nuda balla, sulle bufale del web. E alla fine, ho smesso di aspettare, ho trovato l'altra metà della mela, l'altra ala per volare.
Che il nuovo anno vi porti ciò che meritate, cari amici del blog, e se vi sembra una minaccia, è perché avete la coda di paglia.

P.S. Comunque, detto tra noi, mi rivolgo a te 2018, stupiscimi, distinguiti dai banalissimi numeri pari, fai qualcosa, dici qualcosa di sinistra ... ma questa è un'altra storia.


sabato 23 dicembre 2017

271. IL MIO NATALE TRASH

Me piace 'o presepe, sì, me piace assai. 
Mi piacciono i pastori di terracotta con i vestiti di stoffa, appoggiati sul paesello di sughero e legno, quelli con la testa incollata alla men peggio, con la punta del dito spezzata, con la cesta di verdure indecifrabili, dai colori improbabili, provenienza di una lontana terra dei fuochi. Immancabili Benino sulle scale, lo zampognaro davanti alla grotta, il pizzaiolo davanti al forno (con la sua arte patrimonio dell'umanità), il ruscelletto ravvivato da un motorino che anno dopo anno stenta a funzionare e fa un rumore tale che le pecorelle disposte accanto nell'atto di abbeverarsi, restano immobili. Sul presepe amo una sola luce, quella della grotta.
Mi piace anche l'albero, e mi piace con tante lucine e tanti addobbi, ma rigorosamente bianchi, rossi e oro, che ogni anno si arricchisce di un nuovo soggetto, un nuovo ricordo. Mi piace l'albero pacchiano, ma con stile. Mi piace la casa invasa dalle candele rosse, la stella di Natale e la porta d'ingresso incorniciata di verde e rosso. 
Mi piace ascoltare So this is Christmas, e commuovermi puntualmente, anche se ad interpretarla è un coro di bambini distratto e stonato, ma "war is over" resta sempre la frase più bella. Mi piace guardare Natale in casa Cupiello, preparare gli antipasti e sapere intonare al momento esatto,  anche girata di spalle al televisore, "tu scendi dalle stelle, Concetta bella, ed io t'aggio purtato questo ombrella". Mi piace perdere ore a fare gli struffoli, con quelle palline che non finiscono mai, per poi ammirarli nel piatto tondo, lucidi di miele, con i corallini di zucchero colorati ed un profumo dolce. Ma confesso di preferire il profumo della pizza di scarole, che pure amo preparare, non solo a Natale. Mi piace il baccalà fritto, l'insalata di rinforzo ed i frusci frusci, frittelle rustiche di tradizione Picone. Mi piace mettere lo smalto rosso, indossare almeno un capo di abbigliamento rosso e scoprire il 23 pomeriggio dopo aver acquistato negli ultimi 20 giorni più di 30 regali, che mancano quelli alle persone più importanti.  Amo il caos della mia famiglia, le arrabbiature da stress e da nostalgia, le risate improvvise di complicità e tutta l'enfasi che caratterizza questi ultimi giorni dell'anno.
Vi auguro un felice Natale, con tutta la banalità ed il trash che rassicurano e ci fanno stare bene, compreso The family man.


venerdì 8 dicembre 2017

270. LEGGERE IN METRO

<<Questa è tua!>>
L’uomo sopra i cinquanta guarda prima la borsa da lavoro che porta nella mano destra, poi solleva il mento verso chi gli sta di fronte e lo guarda, attendendo la sua reazione.
Pochi secondi di silenzio e l’altro, un po’ interdetto gli risponde:  <<Sì, effettivamente è uguale alla mia>>
<<No no, è proprio la tua borsa>>, incalza sorridendo il primo.
<<Ah!>> esclama distrattamente l’altro.
<<Ti spiego come è andata>> Le labbra carnose consentivano a malapena di decifrare le parole, ma messe a corredo di quel viso grosso, sotto un paio di narici larghe, erano perfette calamite per i miei occhi. Mi sembrava che il possessore della borsa incriminata fosse un uomo buono, troppo impacciato, uno di quelli che credono di trovarsi nel corpo sbagliato, nell’età sbagliata. Fisico abbastanza asciutto, ma viso gonfio e mani doppie, da contadino, sembravano racchiudere un animo sensibile, un’ingenuità quasi adolescenziale.
<<Ho trovato questa borsa in ufficio ieri ed ho chiesto ai colleghi presenti nella stanza se fosse di qualcuno di loro, ma nessuno ne ha reclamato la titolarità, ed io, incredulo, ho cominciato a valutarne la capienza e le condizioni estetiche. Poi qualcuno ha aggiunto: “Credo sia di Alfonso, ma te la puoi prendere, l’ha abbandonata qua da mesi.” Ed io ci ho messo dentro le mie carte e me la so portata a casa. Hai capito Alfo’?>>
<<Sì sì, effettivamente l’ho lasciata nell'armadietto mesi fa, t’a puo' piglia', non uso più queste borse, vedi?>> E mentre lo dice, con il mento indica il borsello che porta a tracolla.
Alfonso ha un viso tondo, lineamenti delicati, un ventre prominente, mani non troppo grandi ed effettivamente, a guardarli bene adesso, sembra che la borsa stia meglio nella manona dell’uomo con i labbroni, piuttosto che appesa al braccio di Alfonso.
Alla fine la borsa e la mano si erano ritrovate, erano destinate a stare insieme.
Così, contenta del lieto fine, mi sono soffermata su altre facce, altri corpi, del resto il viaggio in metro sarebbe durato ancora una decina di minuti …
Altra scena, altri personaggi, questa volta una coppia male assortita: lei seduta e pigra, capelli sporchi, scontenta e polemica, lui in piedi di fronte, mani ed unghie pulite, viso dolce e sognatore. Li ho abbondonati subito, mi mettevano tristezza, avrei ascoltato un copione noioso e prevedibile.
Alla fine ha vinto lui, un vecchietto sopra i settanta, giubbino economico e malandato, ma pulito, testa bassa e vergognosa, ha estratto due accendini dalla tasca destra e li ha mostrati alla donna che gli stava accanto, le ha detto: <<Datemi qualcosa a piacere, non posso tornare a casa senza spesa>>. La donna lo ha ignorato e lui si è rimesso in tasca gli accendini, ancora più in soggezione, con grande imbarazzo ha chinato ancora più il capo su se stesso. Ho cominciato a fissare quel volto rugoso e stanco, quel corpo accartocciato dagli anni e dalla vergogna ed ho cominciato a sperare  che mi guardasse, che i suoi occhi incrociassero i miei, che la retta della bocca tornasse ad essere una curva, ed è accaduto. Proprio prima che arrivasse la mia fermata, ha alzato lo sguardo verso di me ed io ho piegato leggermente la testa in segno di approvazione e gli ho detto: <<Me li dia tutti e due>>, abbiamo entrambi allungato il braccio con l’oggetto di scambio, gli ho poggiato le monete nel palmo della mano ed ho portato via gli accendini. Mi ha guardato con gratitudine e commozione. Poi si sono aperte le porte e sono scesa dalla metro, pensando a ciò che avrebbero portato a casa quelle mani.
Le mani, quanto dicono le mani, più di ogni altra parte del corpo, più degli occhi, più della bocca, le mani.

Proprio in questi giorni mia figlia sta leggendo Firmino di Sam Savage, e c’è una parte nel quarto capitolo dove si cita Gall, il medico tedesco che alla fine del ‘700 si appassionò alla fisiognomia, ovvero la disciplina che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo spetto fisico e soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto.

Che ci sia una forte relazione tra le due sfere è evidente, l'ho sempre creduto, ma non è certo corretto utilizzare una sola chiave di lettura, credere che la relazione sia diretta ed univoca.
Così nei viaggi preferisco leggere i corpi piuttosto che i libri, li trovo più interessanti, più sinceri.

Quindi, non abbiate timore, perché se è vero che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, non è che quelli tristi lo siano di meno. La leggerezza, l’ironia, sono proprie delle persone molto intelligenti, imparate a ridere che a piangere so bravi tutti.




domenica 12 novembre 2017

269. ADDIO FOTTUTI MUSI VERDI, AVANTI IL PROSSIMO


Perché? No dico perché lo avete fatto? Cari The Jakal, siete divertenti, intelligenti, pure carini (facendo media con Ciro che è un bel ragazzo), ma come vi è saltato in mente di fare un film?
La risposta probabilmente è semplice, il motivo non è legato esclusivamente alla brama di successo, alla ormai diffusa necessità di appagare velleità artistiche più o meno giustificate, la vera ragione è più banale, e forse più comprensibile: fare soldi!
E siete intelligenti anche in questo, perché di soldi ce n'è bisogno, per vivere bene, per poter far vivere bene chi amiamo, quindi alla fine se state solo mirando al guadagno economico, vi capisco, ma credo siate stati poco lungimiranti. Eh sì, potrei sbagliarmi, ma credo che l'idea di battere il ferro finché è caldo non sia poi sempre valida, sarebbe stato forse più opportuno attendere ancora un po' e sfornare un prodotto di maggiore qualità. Sebbene io sia una vostra fan, non avevo alcuna intenzione di spendere 8 Euro otto, per andare a guardare il vostro film.
Ieri sera, però, sono andata al cinema con mia figlia per vedere Paddington 2, ma il cinema vicino casa ha fatto una scelta sbagliata, come del resto è avvenuto in passato, ma questa è un'altra storia. Insomma, ha destinato la sala piccola,  strutturata a mo' di cabina passeggeri aerea, il film per bambini Paddington 2, ed alla sala grande il vostro film "Addio fottuti musi verdi". La poco oculata attribuzione delle sale ha costretto molti di noi ritardatari a dirottare sul film dei miei concittadini, infondo si sa, come più tardi avremmo capito guardando il film, da Londra a Napoli è un attimo. Alla fine la sala, riempita solo per metà, era pronta a ridere con voi, perché siete bravi e mai volgari, siete quelli che si definiscono "bravi ragazzi", e qui a Napoli facciamo il tifo per voi, come per tutti quelli che portano in giro il concetto più puro ed onesto di napoletanità. E devo ammettere che qualche risata ce l'avete pure strappata, perché ci sono delle belle idee in questo film, ma i tempi, i dialoghi, non sono sempre azzeccati. Mi è piaciuta la chicca dei Savastano (che mia figlia decenne non ha colto), l'ironia sullo snobismo tutto partenopeo nei confronti di Gigi D'Alessio e l'immagine di una città ricca di contraddizioni. Ma non mi è bastato. Certo, ho pensato, e voi stessi prima di me avrete pensato: escono tanti film spazzatura per Natale, ci infiliamo pure questo, che almeno si salva per assenza di volgarità, e perché è fatto da "ggiovani", e così qualcosa di soldi arriva pure a noi.
Va bene, comprensibile, ma voi siete altra cosa, voi avreste dovuto impegnarvi un po' di più, aspettare un po' di più e tirare fuori un prodotto migliore, perché voi valete.
Insomma, a me il film non è piaciuto, ma spero sia stata solo una prova. Adesso aspetto il prossimo. Forza ragazzi.


venerdì 10 novembre 2017

268. VIVO COME TE


Ho pensato che è un po' che non pubblico un post su questo blog, che non condivido qui le mie sensazioni, le mie riflessioni, i miei sogni. Sulla pagina di Facebook alterno poesia ad ironia, pensieri filosofici a confortante quotidianità, con leggerezza, come provo a fare nella vita vera. Ah, la vita vera!
Anche Facebook è parte della vita vera, con un linguaggio apparentemente ingannevole, ma in realtà più semplice e decifrabile di altri.
Su Facebook c'è tutto: l'ostentazione, la paura, la rabbia, l'allegria, l'invidia, l'ironia, la solidarietà, la contestazione e le lusinghe, un mare di lusinghe, Facebook è il trionfo della lusinga, è territorio ideale per gli sciacalli dei sentimenti. Del resto l'opportunista lo sa bene che per ottenere il favore di qualcuno deve innanzitutto appagarne il narcisismo.
Quindi qui, sul mio blog, dove ho deciso di non inserire il tasto "mi piace", oggi ho deciso di parlare della banale, volgare ed inevitabile routine quotidiana, senza pretese.
Quante brutte parole! Banale, volgare, routine, tutte brutte parole, tutti termini che si associano con disprezzo ai prevedibili gesti quotidiani. 
Oggi racconto il lato bistrattato della vita vera, quello che non lascia spazio alle elucubrazioni, ai racconti nel cassetto, quello dei veri eroi.
I giorni si assomigliano, ma ogni inizio è carico di aspettative. La mattina a casa mia si urla tanto, è una guerra assonnata tra una madre e le sue figlie, tra dolci colazioni e zaini da riempire, vestiti da abbinare e merende da preparare. Gli spostamenti in auto sono poi sempre vere e proprie prove di abilità, una sorta di mini Camel Trophy, ci si muove tra piloti arrabbiati e volti preoccupati, ansie da impiegato che deve timbrare il cartellino, professionisti che devono rispettare appuntamenti, genitori che accompagnano figli a scuola, e pacata rassegnazione di chi accoglie tutto come un soldato. Il lavoro è un insieme di azioni metodiche e rari guizzi di genio, a volte realizzabili, altre no. In ufficio abbiamo dei gruppi d'acquisto favolosi, ci migliorano la vita, ottimizziamo i tempi, così da non 'sprecare' troppe ore nella spesa. Adoro le mie colleghe che mentre controllanno la correttezza di una fattura, chiamano il pediatra, leggono le comunicazioni scuola famiglia, inconsapevoli manager, operaie professionali. E alla fine ci sentiamo anche in colpa se quando torniamo a casa stanche, cariche di buste della spesa e di ansie, ai figli che ci chiedono di ripetere le equazioni di secondo grado e la prima guerra mondiale, non rivolgiamo un sorriso. 
Il mio eroe è il mio compagno,  che lavora per fare stare bene le persone che ama, ed anche quelle che non ama. Che ha sempre un'attenzione per tutti, che rispetta tutti. E lo fa mentre prende la metro, mentre è sul luogo di lavoro, mentre cucina, mentre fa la spesa, mentre legge un giornale, fuma, cammina per strada e pure mentre lava e stira le sue camicie.
È un poeta, e non perché sa esprimere in versi i sentimenti, ma perché poetico è il suo modo di vivere, con la testa, le mani, le gambe, la pancia, ed anche con le parole, ma soprattutto con verità. 






lunedì 9 ottobre 2017

267. FURORE


Aveva coltivato flox, forsizia e calendula, nel suo giardino regnava la pace, e alla fine era giunto lui, l'attesa non era stata vana.
Si erano riconosciuti subito, senza tante parole, leggendosi negli occhi.
Dopo qualche settimana, durante una breve assenza dell'amato amante, gli aveva scritto alcune righe ...
Mi hai così riempita in questi giorni che avrei voluto registrare tutto, scrivere ogni parola che mi hai detto, conservare ogni messaggio, fotografare i tuoi occhi mentre mi parlavi, mentre facevamo l'amore, per poter rivivere tutto, quando accanto a me non ci vorrai più stare. Perché arriverà un giorno in cui sarà tutto finito: non avrai più voglia di guardarmi negli occhi ed io non saprò più come muovermi, dove andare. Mi chiedo perché ho questa insopportabile sensazione, perché non riesco a godere del momento. Perché la paura si insinua subdola tra le tue telefonate ed i tuoi abbracci, tra un nome di donna ed un'assoluzine dal peccato. Perché quando usi parole di indifferenza nei confronti di chi già c'è stata, ho davanti la mia immagine un po' invecchiata che riceve la stessa noncuranza? Perchè quando ti mostri geloso credo che il tuo sentimento sia fasullo? Sembriamo condannati a rivivere le stesse scene, a recitare lo stesso copione, come in una replica teatrale. Tutto è stato insopportabilmente, stupidamente già detto, già fatto. E tutto è inevitabile. Ogni timore, ogni sconfitta, ogni fine.
E nel vano tentativo di mostrarci padroni di noi stessi, coraggiosi, abili giocolieri del nostro tempo, riusciamo ad evitare solo il buono, solo la bellezza, che pure ogni volta finisce per sorprenderci, così nuova, così diversa, viva di intensità e calore, di forma e sapore. E ci stupisce quanto siamo incapaci di fermarla questa bellezza.
So che sarà dura combattere con me, con te, con il passato, con le paure, con la tristezza e la malinconia, ma il modo migliore per affrontare ciò che spaventa è sicuramente l'accoglienza. E allora facciamoci invadere dai sentimenti cattivi, dalla noia e dalla paura dell'abbandono, perché solo così riusciremo ad amarci davvero, accogliendo ogni debolezza. Tra qualche giorno tornerai più disarmato e sereno, e percorrerai il sentiero che porta al mio giardino con la voglia di restarci. Ed io ti avvolgerò di braccia e calore, dolore e gioia e saremo un corpo solo.
I giorni dell'assenza altro non furono che il tempo della conoscenza, della preparazione dei loro corpi all'accoglienza eterna.