mercoledì 9 marzo 2022

Il DPCM è l'oppio dei popoli

Il nove marzo è da vent’anni una data importante per me, per questioni personali, da due lo è per tutti gli Italiani.
“Le nostre abitudini vanno cambiate, vanno cambiate ora, dobbiamo rinunciare tutti a qualcosa per il bene dell’Italia.” Così introduceva Giuseppe Conte il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che in seguito prenderemo a chiamare con una certa dimestichezza “DPCM”, la sera del 9 marzo del 2020.
Così cominciò il viaggio introspettivo degli Italiani. Con una frase che adesso è diventata quasi una bestemmia “Andrà tutto bene”, ma non sapevamo cosa e a chi.
Si sono prodotti romanzi, cortometraggi, foto e parole a iosa su questi due anni, io ho scritto tanto, ma soprattutto sui social, per combattere la solitudine. Ho provato a confrontarmi, a capire, ma anche a tranquillizzare me e chi mi leggeva. Avrei voluto che tutti fossero più presenti e che nessuno si sentisse solo. Ho scritto tanto ed ho sofferto tanto, ho perso l’attenzione e l’approvazione di qualcuno, ma ho guadagnato nuovi meravigliosi amici e rafforzato il legame con chi è rimasto.
Ripropongo qui i primi post di quel periodo, perché fa bene a me, e forse anche a qualcuno di voi.
 


9 marzo 2020


Restiamo a casa a coltivare il nostro giardino.


30 marzo 2020

Ho dovuto ricalcolare il tempo, piegarlo a nuovi riti;
agli spazi noti ho dato un'altra forma, un altro nome.
Il lavoro adesso ha l'odore della mia casa, i colori delle sue pareti.
Le stanze sono aule scolastiche silenziose.
Fuori è uno spreco di strade, di luci e vento.
Ogni cosa è raccolta qui, strappata alla comunità.
In una scatola di cemento che protegge i corpi e accentua le paure.
In questa solitudine che fa sentire meno soli.
 

3 aprile

Io non ci credo che la gente sarà migliore dopo questa quarantena, non ci credo proprio. Chi aveva bisogno di riscoprire il valore del tempo non lo farà di certo adesso, anzi, ne avrà talmente tanto di tempo da continuare a non comprenderlo; chi invece già lo sapeva, avrà sempre il timore di sprecarlo. La quarantena non è una vasca purificatrice, non è acqua benedetta, non è il purgatorio, la quarantena è un furto di abitudini, di false certezze, una svestizione che mette a nudo l'anima delle persone.
Io non ci credo che dopo la quarantena saremo migliori; saremo un po' più scoperti, più esposti, fino a che tornerà la pudicizia a rivestirci.


4 aprile 2020

Oggi è sabato, anche in quarantena è sabato: io non lavoro e non ci sono video lezioni. In realtà il collegamento per la grande è previsto, i professori al liceo hanno rispettato l'orario stabilito a inizio anno scolastico, hanno solo ridotto la durata delle lezioni, e siccome anche il sabato Bianca andava a scuola, oggi le tocca collegarsi, ma solo per un'ora. È sabato, il giorno in cui si mette ordine in casa, si fa la spesa per la domenica, si legge qualche pagina in più del libro che si ha sul comodino, e si comincia anche a cucinare per la domenica.
Perché deve essere così, perché continuo a curare me stessa, la mia famiglia, la mia casa, e a coltivare i tanti dubbi sulle certezze altrui, per non permettere a niente e a nessuno di cambiarmi.
Addì, 4 aprile 1984
 

6 aprile 2020

Ma poi dico io, non avete chiuso l'Ilva di Taranto con la scusa di salvare l'economia di diecimila famiglie, mentre la gente moriva di tumore, e poi all'improvviso un virus fa più paura del cancro, che in Italia ricordiamolo fa circa cinquecento morti al giorno, e bloccate un paese intero mettendo in ginocchio milioni di persone.
Ovviamente le attività degli impianti a ciclo produttivo continuo (tra cui quello di Taranto) non smettono di funzionare, ma un malato oncologico non fa più notizia.
Giusto così, perché ho il vizio di pensare...
Addì, 6 aprile 2020


7 aprile 2020 

Caro diario, 
oggi non mi va tanto di scrivere, sono un po' demoralizzata, mi sembra che le persone abbiano necessità di odiare sempre qualcuno, che abbiano bisogno di trovare un nemico da insultare per sentirsi migliori. Questa poteva essere l'opportunità per imparare a volersi bene, per costruire qualcosa di bello, invece in tanti trovano più facile dare la colpa agli altri delle loro frustrazioni. Più facile screditare il prossimo piuttosto che lavorare su se stessi.
L'ho già detto, questa quarantena ci ha svestiti, ha mostrato le nostre miserie.
Addì, 7 aprile 2020
 

8 aprile 2020

Ci hanno insegnato che bisogna vivere ogni minuto come se fosse l'ultimo e poi ci dicono di mettere in standby la vita perché questi potrebbero essere gli ultimi momenti. Sì, lo so, si vive anche a casa, anzi a casa si sta benissimo. Credo che molti stiano molto meglio a casa che fuori. Poi ci hanno detto che l'uomo ha distrutto troppo la natura, bisognava fermare questo processo, quindi adesso la terra respira meglio, i lupi scendono dai boschi, gli uccelli sono liberi di portare tutte le infezioni che possono e l'acqua del mare è limpida, ma si può guardare senza toccare. L'uomo, però, è un animale intelligente e sa bene che se non è nato in cattività, ci soffre ad essere recluso, sa che bisogna difendersi da una natura troppo aggressiva, arrivare a trovare un accordo di pacifica convivenza. Nel frattempo, ci tocca subire la rivincita degli altri animali (Orwell ci aveva visto lungo anche in questo), l'uomo in gabbia in un grande zoo e tutto il resto del mondo fuori.
Ergo, adesso ci spetta vitto e alloggio gratis, noi dovremo solo ricevere le visite delle altre specie e metterci in posa, le foto continueremo a scattarcele da soli.
Addì, 8 aprile 2020 


12 aprile 2020

Caro diario,
oggi è Pasqua, nonostante tutto. Ricevo messaggi sulla rinascita, sull'essere migliori e penso - sì, tutto molto bello, ma adesso? Adesso mi mancano le persone che amo, mi manca abbracciarle, baciarle, e non mi dicessero che si può essere vicini con il cuore, stronzate! Il corpo è la nostra storia, porta i segni dei dolori e delle rivincite, ci lancia segnali costantemente, e adesso ha bisogno di carezze. Il nostro corpo sa tutto, il nostro corpo è tutto.
Addì, 12 aprile 2020


Mi piace che finisca così questo elenco di post, con questa frase: il corpo è tutto.

E se il corpo dell'uomo viene chiuso in un recinto, se viene avvelenato, se viene giudicato, offeso, umiliato, non esiste libertà per lo spirito, è compromesso tutto.

DPCM dopo DPCM siamo diventati acronimi di vita. 




domenica 27 febbraio 2022

La guerra dell’homo stupidus

Povertà zero

Fame zero

Salute e benessere

Istruzione di qualità

Uguaglianza di genere

Acqua pulita e igiene

Energia pulita e accessibile

Lavoro dignitoso e crescita economica

Industria innovazione e infrastrutture

Ridurre le disuguaglianze

Città e comunità sostenibili

Consumo e produzione responsabili

Agire per il clima

La vita sott’acqua

La vita sulla terra

Pace giustizia e istituzioni forti

Partnership per gli obiettivi


Non è il palinsesto RAI, anche se sono i temi affrontati in modo banale dai fazii e dai gramellini, sono i 17 punti dell’agenda 2030, il programma di sviluppo sottoscritto nel 2015 da 193 paesi dell'ONU.

Tutti argomenti che vengono affrontati con la prospettiva di obiettivi apparentemente condivisibili, ma nella realtà finiscono per essere fumo negli occhi, parole messe lì a giustificare ogni azione liberticida dei governi.

Non sempre il fine giustifica i mezzi, soprattutto se questi mezzi comportano la negazione di diritti fondamentali di libertà e uguaglianza. Bisogna riflettere bene su ogni obiettivo, perché è chiaro che la società fluida verso la quale si sta andando può essere un apparente beneficio, ma è nella sostanza un grande blob caotico e destabilizzante.


Leggevo tempo fa un’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, della quale trascrivo alcune parti fondamentali:

"Stiamo regredendo alla pulsionalità, dimenticando il cervello.

Nell'albero dell'evoluzione, che Darwin disegna nel 1859, a un certo punto incontriamo l'Homo che, circa 200mila anni fa, si definisce sapiens; e poi, dopo altri centomila anni circa, si aggiunge un altro sapiens. E diventa sapiens sapiens. Io sono a disagio in questa definizione, soprattutto in questo momento storico. Perciò dico: dobbiamo correggere la nostra collocazione evolutiva, perché siamo regrediti all'Homo stupidus stupidus. Attenzione però: stupidus è in latino, come sapiens. Ha la stessa radice di stupor, qualcosa che colpisce. Vuole essere un termine dell'antropologia, non un'offesa. Che poi, se do del cretino a uno, non lo offendo: faccio diagnosi. A me sembra più offensivo chiamare quest'uomo sapiens, due volte oltretutto. Perché l'uomo si sta comportando in modo stupido: fa cose contro se stesso, contro l'evoluzione. Mi pare evidente che l'uomo stia diminuendo la sua sapienza. Infatti, parlo di agonia della civiltà, e per civiltà intendo quella nata ad Atene intorno al VI secolo a. C.».

Potrei non aggiungere più niente, ma il mio intento è attualizzare queste parole che risalgono a tre anni fa, poiché il processo di regressione si sta velocizzando.

La digitalizzazione sta radicalizzando la pulsionalità a svantaggio della spontaneità e della sacrosanta diversità. Omologazione, spersonalizzazione e spegnimento dell’istinto sono le caratteristiche di questi nostri tempi a vantaggio dell’instaurazione di governi totalitari.

E tutto sta avvenendo con il nostro apatico consenso. Per pigrizia, per comoda inerzia, non reagiamo più ad ogni istinto di libertà. Veniamo storditi da una marea di notizie e di pensieri e parole preconfezionate da utilizzare e, tra queste, notizie fasulle che alimentano la diffidenza in chi prova a ricercare la verità. Questo gioco è studiato per creare confusione e divisione tra cittadini, poiché la contrapposizione tra fazioni crea falsi nemici e indebolisce il potere del popolo. Lo scettico sarà sempre più diffidente, perché le fake news alimenteranno la sua diffidenza e finirà per non credere più a nulla, al tempo stesso, una parte della popolazione, la maggior parte, provando a proteggere le proprie convinzioni, giudicherà pazzi e negazionisti gli altri, macchiandosi essa stessa di negazionismo.

Quello che manca, quindi, oltre la spontaneità ed il lavoro della mente, è la misura. Si è perso il senso della misura. È tutto tremendamente eccessivo.

Vico diceva che la civiltà è il passaggio dalle pulsioni alla ragione; ecco eliminando le differenze di parole, e quindi di pensiero, stiamo agendo contro i nostri stessi interessi, stiamo regredendo all'homo stupidus.



 


domenica 6 febbraio 2022

Sanremo senza brividi

Ieri sera, durante la finale di Sanremo, l'attrice Sabrina Ferilli, bella ed elegante, ci ha risparmiato il sermone sui buoni sentimenti, dice lei, lo ha fatto simpaticamente, parlando il linguaggio social, pescando dal repertorio dei post di Facebook già inflazionati da anni, utilizzando la stessa strategia: deridere altri, commettendo gli stessi errori. Ribadendo un concetto secondo il quale non si può criticare una decisione, un'affermazione se non si è esperti della materia. Concetto condivisibile, se non fosse usato a sproposito per vietare qualsiasi forma di dissenso. Perché basta avere un po' di intelligenza e cultura per comprendere alcune incoerenze e si deve essere liberi di manifestare le proprie idee e quindi, anche se non sono un'attrice, posso dire se una parte mi sembra recitata male, non devo essere Laura Morante per farlo. Poi sul finire ha citato Calvino, con una frase ritagliata dalle incomprese Lezioni americane, un altro pezzo tratto dagli aforismi che circolano da anni sul social più popolato. Io stessa sono una fautrice della leggerezza, e non metto in dubbio che la Sabrina nazionale abbia letto Calvino, ma ieri ho notato molta superficialità. Insomma, non ha fatto il sermone, è vero, ma viene il dubbio che non avesse proprio niente da dire. Il suo discorso lo poteva fare chiunque avesse frequentato Facebook per qualche settimana. Ma si sa, Sanremo è lo specchio dell'Italia e questi siamo noi: banalità e aforismi, senza approfondire. Ho apprezzato molto la sobrietà degli abiti della Ferilli, di un'eleganza minimalista, proprio nel rispetto della semplicità del suo discorso, ecco, più che di leggerezza nel suo caso avrei parlato di semplicità del linguaggio e quindi del pensiero. 

Ci hanno provato poco dopo Marco Mengoni e Filippo Scotti (talentuoso attore protagonista dell'ultimo film di Sorrentino); è stato affidato a loro il compito di far notare quanto siano violenti e inopportuni certi commenti sui social, ma hanno dimenticato di dire la cosa più importante, che il linguaggio povero, violento e volgare lo hanno utilizzato per primi i nostri politici e le nostre virostar, fomentando odio sociale e soprattutto discriminando e dividendo il Paese. Se quei due bravi ragazzi avessero anche loro utilizzato un linguaggio più forbito e avessero ricordato che chi ci governa, chi straparla in tivvù dovrebbe dare l'esempio, sarebbero stati più sinceri e credibili, ma con loro, ancora una volta, si è persa un'opportunità, ha vinto la semplicità, che poi, cara Sabrina, è superficialità.
Quello che viene fuori è che Facebook con il suo linguaggio sia stata la principale causa del livellamento e della spersonalizzazione, che abbia posto le basi, quindi, per la creazione di una società liquida, uniforme e deprimente.
Non parlo delle canzoni per i motivi di cui sopra, nessun testo mi è piaciuto, forse salvo Truppi, anche se mi è sembrato un po' snob, con quelle sue canottiere da adolescente guevarista. Giovanni attento, se no fai la fine di Diego Bianchi che a cinquant'anni sta ancora con le magliettine finte rivoluzionarie. Va bene a quindici a venti, ma poi basta, diventi ridicolo e soprattutto ipocrita.
Alla fine, l'unica canzone con un testo significativo, anche se apparentemente stupido, è quello di  Dargen D'Amico che consiglia di "fottersene e ballare". Finalmente parole vere, senza pretese, che ci ricordano cos'era l'allegria, "che brutta fine, le mascherine", questo dice Dargen ad un pubblico che balla allegro, in piedi, come se fosse in una discoteca, mentre le discoteche sono ancora chiuse (l'undici dovrebbero riaprire). Ma Sanremo è il luogo delle incoerenze, e non bisogna essere un giurista per capire che non è corretto ricordarsi solo per cinque giorni che i dati sulla propria condizione di salute, sulle scelte vaccinali, sono dati sensibili e nessuno è autorizzato a chiederli, nessuno, nè a Sanremo nè in un negozio, figurati a scuola, dove si dovrebbe insegnare l'inclusione. 
Il mio plauso va a Dargen perché ci ha fatto ballare, perché sul palco dell'Ariston è l'unico che abbia avuto il coraggio di dire che "il governo si è dimenticato dei piccoli", l'unico che, in un abito improbabile, abbia pronunciato la parola "governo".
Vedi, bella e simpatica Sabrina, questa è la leggerezza, ancora una volta l'abito non fa il monaco.




martedì 1 febbraio 2022

A sud di Sanremo

Per anni ho seguito il festival di Sanremo, criticando, ironizzando e divertendomi con gli amici, è sempre stato un bel momento di aggregazione. Ho addirittura organizzato cene per le ultime serate con tanto di cartellone per le votazioni. Ma quest'anno è diverso.

Quest'anno non si può fare finta di niente, quest'anno proprio non mi andava. Poi capita che mia figlia mi venga a chiamare perché vuole guardare Sanremo con me, perché sa che mi diverto, perché ci sono alcuni dei cantanti che segue lei, o semplicemente perché cerca qualcosa che sia rimasto uguale in quest'epoca di incertezze. E dopo due minuti è in salotto che mi aspetta con due fogli in mano: due tabelle per mettere i voti a tutti i cantanti in gara.
E allora ci sediamo vicine, sul divano, l'altra figlia si affaccia dalla porta di tanto in tanto, e già va bene così, potremmo guardare anche il Giro d'Italia e sarei felice. Non capita quasi mai che una diciottenne guardi la TV con la madre, a dire il vero non capita da quasi due anni che io guardi la TV, ma questa è un'altra storia, anzi è "la" storia.
Insomma, guardo Amadeus e attendo un riferimento alla situazione terribile che stiamo vivendo, ma non arriva niente, beh, prevedibile, cosa mi aspettavo da un manichino senza personalità e coraggio, non è Pippo Baudo. L'uomo dal vocione e dal fisico imponente non sarebbe stato in silenzio, qualcosa avrebbe detto, qualcosa di nazionalpopolare, ma non avrebbe fatto finta di niente.
E allora confido nel suo conterraneo, aspetto Fiorello, ad uno showman come lui qualche piccola digressione è concessa, lo sa, sa che gli consentirebbero qualche riferimento alla situazione politica attuale. E invece fa peggio di Amadeus: le uniche parole che spende sono per deridere chi è contrario ai vaccini. Bene Fiorello, non solo non fai più ridere, fai proprio pena, nel senso che provo pietà per il tuo atteggiamento servile. Che tristezza! E non perché non potessi prendere in giro chi ha idee non condivise da chi ci governa, ma perché sei stato un banale replicante, hai ripetuto parole già ascoltate tante, troppe volte. E poi per par condicio avresti dovuto prendere in giro anche chi ripete a oltranza "credo nella scienza". Dai Rosario, puoi fare di meglio, impegnati, prova a cacciare fuori un po' di coraggio, dimostra che i figli di questo sud sanno essere liberi, altrimenti crederanno che la malavita organizzata abbia avuto vita facile da noi per colpa nostra, perché non sappiamo ribellarci. Se non regali neanche due parole a chi per una legittima scelta è stato sospeso dal lavoro, a chi subisce discriminazioni per un lasciapassare anticostituzionale, diranno che al sud siamo assuefatti ai soprusi, alle ingiustizie, e se taci avranno ragione. E avranno ragione tutti quelli che prendono in giro l'Italia che è il sud dell'Europa.
Quest'anno Sanremo non è leggero come la musica, ma pesa come una menzogna. 




domenica 23 gennaio 2022

Il greenpass è uno stato d'animo

- Se fai il bravo e ti fai fare la siringa, sabato puoi andare al cinema.

- Va bene.

- Se fai il bravo e ti fai fare tutte le siringhe che ti sono richieste, viaggerai comodo nei mezzi pubblici, potrai andare ovunque, potrai addirittura lavorare e nessuno verrà a sbirciare nel tuo sacchetto della spesa, tanto i tuoi gusti si conosco.

- Va bene, ma se penso che la siringa mi possa far male? Se evito di farla perché il mio medico ha dei dubbi perché sa che nella mia condizione i rischi sarebbero maggiori dei benefici?

- Ti disconosco. Sei brutto, cattivo e stupido e dirò a tutti che meriti di morire.

Questa conversazione di fantasia tra un padre ed un figlio è più o meno quello che accade in Italia.
C'è chi si sente sempre figlio, chi aspetta sempre che gli venga detto cosa è giusto dire, fare e pensare e chi invece si pone dei dubbi.
Ho perso mio padre da due settimane, era un uomo di grande intelligenza e nobiltà d'animo, rispettoso di ogni regola e con una mente libera; ogni volta che noi figlie gli raccontavamo di una conquista personale, rispondeva: - Il compito di un genitore è rendere autonomi i propri figli, se ci riesci, hai fatto bene il tuo lavoro.
Mai parole furono più sagge ed opportune per comprendere questo nostro bel Paese.
Un bravo genitore porta il figlio sulle spalle e gli chiede di raccontargli com'è il mondo visto con i suoi occhi.
Siamo un popolo di Robertini, ammettiamolo. Per i pochissimi che non avessero colto il riferimento cinematografico, consiglio di recuperare su Youtube la parte del film di Massimo Troisi "Ricomincio da tre" in cui si spiega la patologia di cui parlo.
Senza addentrarci in discorsi di natura scientifica, credo sia evidente che la vaccinazione contro la malattia da Covid 19 possa risultare un grande beneficio per alcuni soggetti ed un danno per altri, ergo, la scelta dovrebbe essere lasciata al singolo individuo, dopo opportuna consultazione medica.
Il giochino del greenpass si è rivelato contrario ad ogni norma di natura sanitaria, giudica ed economica, oltre ad aver distrutto l'equilibrio psicologico dell'intero Paese.
L'uso del termine "no-vax" è stato l'inganno più grande.
Far rientrare in questo appellativo chiunque si permettesse di muovere critiche al sistema Italia, è stato un grande passo falso. È vero, all'inizio è servito a dirigere la frustrazione dell'italiano medio verso un ipotetico nemico da deridere, insultare e punire, ma poi piano piano le persone hanno cominciato a capire.

- Vedi cosa è successo al tuo amico che non si è fatto fare le siringhe? È morto.

- Ma veramente aveva fatto già due siringhe.

- Quell'altro no, non ne aveva fatte ed è giustamente stato punito.

- Quindi tutte le volte che non ubbidiamo meritiamo la morte?

- Sì.

- Allora anche tu per tutte le volte che non hai ubbidito alla mamma (leggi Costituzione), per tutte le volte che non hai fatto la dieta, per tutte le volte che ti sei fatto raccomandare, togliendo pane e serenità ad un altro?

- Zitto e ridi per la stupidità dei novacse.

Purtroppo i bambini crescono e più crescono più perdono la spontaneità e decidono per posizioni di comodo, che poi cambiano in base al padrone.

Lo scrivo su questo blog, dopo averlo urlato nelle manifestazioni e scritto sulla mia bacheca di Facebook, perché resti a futura memoria: il greenpass non va modificato, va abolito.

Solo l'istinto ci può salvare. Quella voglia di condividere con altri un concerto, un film, un viaggio, a prescindere dalle singole scelte sanitarie, che non ne determinano la condizione di "pericolo". 
L'unico vero danno alla nostra salute, l'unico vero pericolo è la solitudine che viene dall'emarginazione, la punizione, l'incomprensione, il paternalismo che blocca l'emancipazione.
In questi due anni di emergenza umanitaria ho conosciuto anime affini, ho intrecciato legami con persone libere e sincere, ho rafforzato rapporti con chi non ha mai perso la sua spontaneità.
Alla fine, sono grata a questo tempo che ci ha scoperto e ci ha mostrati nudi. Per essere persone libere non occorrono mortificanti certificazioni, basta avere un cuore.



martedì 18 gennaio 2022

L'inerzia del corpo è l'inerzia della mente

Il male è cominciato con il lockdown: tutti bloccati in casa a fare provviste e cucinare, a proteggere la carne con il cemento.  Tutto è cominciato con l'immobilità. Chiuderci in un recinto come polli di allevamento è stato l'inizio della fine. Indicarci l'isolamento come unica salvezza del corpo ha annientato ogni volontà, ogni desiderio dell'anima. L'obiettivo era non contagiarsi, e per farlo bisognava stare fermi, paralizzati. Ed eravamo anche felici, stavamo proteggendo noi stessi e i nostri affetti più vicini; all'inizio ci piaceva questa chiusura nel guscio, sembrava che tutti i pericoli fossero stati lasciati fuori la porta di casa. E invece, mentre impastavamo, cominciavamo a coltivare altri mali più subdoli proprio all'interno delle nostre abitazioni. Ci stavamo deteriorando a poco a poco, come i frutti di una serra lasciati a marcire. Senza pensare a chi viveva solo, o peggio con qualcuno da accudire o da temere.

Lavoro in una grande azienda privata da 23 anni, svolgendo varie attività, ma soprattutto condividendo tante ore al giorno con centinaia di colleghi che ho sempre osservato con curiosità antropologica. Il lavoro da impiegato porta inevitabilmente ad un appiattimento degli stimoli, nella ripetitività delle azioni si coltiva la pigrizia e si spegne ogni ambizione. Una volta raggiunta la certezza lavorativa e il tanto agognato stipendio fisso, ci si adagia fino a diventare una sorta di automa.
Da questo destino ineluttabile si salva chi amplia il proprio sguardo verso altri progetti, altri contesti e, sviluppando un pensiero critico, finisce per agire al meglio anche nello svolgimento delle proprie mansioni professionali, lavorando con cognizione di causa e non come mero esecutore di ordini.
Molti, si sa, finiscono per abbrutirsi e perdere ogni desiderio di evoluzione e, dopo pochi anni dall'assunzione, cominciano a fare il countdown verso la pensione, come se il lavoro fosse una pena da scontare, un prezzo per la libertà.
Così abbiamo creduto che nel torpore delle nostre rassicuranti case stessimo scontando una pena, al termine della quale avremmo potuto godere di una nuova normalità, che poi sarebbe stata quella da pensionati. Eravamo fermi e assieme alle gambe restavano immobili anche i pensieri, in un'attesa sterile e soporifera. L'errore più grande è stato definirlo tempo sospeso, come se nella vita si potesse stare in stand by, come se fosse possibile premere il tasto pausa e poi riprendere dallo stesso punto. No, non è mai stato un tempo sospeso, ad essere sospesi erano solo i sogni, i desideri, era vietato progettare, vietato essere liberi nel corpo e quindi anche nella mente.
Il corpo è tutto, il corpo sa tutto e il suo benessere passa attraverso il movimento, la contaminazione, la libertà.
La vita va onorata con coraggio, con fiducia, senza pause. Un corpo che si muove, che si stanca, è un corpo che cerca ancora risposte, mentre la mente formula domande. 
Non fermiamoci mai, altrimenti finiamo per accontentarci delle risposte che ci portano a domicilio, pigramente, senza alcuna alternativa. 







domenica 12 dicembre 2021

Delitto di una notte di mezza estate

Delitto di una notte di mezza estate è un romanzo noir, con venature azzurre, come la maglia della nazionale di calcio italiana e quella del Napoli, squadra di cui il protagonista, Fabrizio Orlando, è tifoso.

E proprio a due partite di calcio è affidato l'incipit e la chiusura del romanzo; il giallo infatti si apre con una breve cronaca della partita dei mondiali Italia - Argentina del 3 luglio 1990, alla quale sta assistendo il giovane giornalista Fabrizio, mentre le ultime scene si svolgono in una domenica di 25 anni dopo, il 30 novembre 2015, durante la partita di campionato tra Napoli ed Inter. In entrambi i casi, Fabrizio sarà costretto ad abbandonare lo stadio San Paolo (oggi stadio Diego Armando Maradona) interrompendo bruscamente momenti di svago.
Ed è questa la caratteristica del romanzo di Gianluca Spera: la sequenza alternata tra vita ordinaria ed eventi imprevisti, tra presente e passato, tra momenti di lieve abbandono e repentino autocontrollo. Alternanza non solo verticale nel tempo, ma anche orizzontale, tra Napoli e Londra, città amate e complici, ma mai fino in fondo. È come se al protagonista non fosse mai concessa la possibilità di concludere un progetto, di realizzare un desiderio, di risolvere un enigma.
In questo susseguirsi di audacia e timidezza, di impegno e rinunce, l'autore racconta il proprio disincanto, fedele al relativismo conoscitivo, alla maniera di Sciascia, ironico e critico nei confronti dei nostri tempi.
Nulla finisce mai del tutto e nulla è completamente vero, c'è una continuità ed una promiscuità tra verità e menzogna, che rende l'indagine interminabile, mai completamente conclusa. 
Un libro ben scritto, che si fa leggere con piacere, mantenendo viva la curiosità e, sul finale, regala una piccola sorpresa.

Delitto di una notte di mezza estate
di Gianluca Spera
Ad Est dell'Equatore - 2016