venerdì 6 febbraio 2015

147. L'ATTESA


Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso. Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa. Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare. Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine. Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno. Come un sibilo fluttuante e sinuoso. A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me. E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro. Verresti?
(Tratto da Gli amori difficili di Italo Calvino)


Lo sai come si fa a riconoscere se qualcuno ti ama? Ti ama veramente, dico? Credo che sia una cosa che ha a vedere con l'aspettare. Se è in grado di aspettarti, ti ama. (Alessandro Baricco)

L'attesa, che bella parola! In genere ci fa pensare ad una nuova vita, ad una gravidanza: una dolce attesa; altre volte evoca il sogno; nell'accezione negativa è associata alla vendetta, in ogni caso, resta un elemento che dà forza e intensità ad un desiderio.
Dario non conosceva l'attesa, nella sua vita aveva deciso di non subire le scelte altrui, non si era mai fermato, aveva lavorato per raggiungere i suoi obiettivi, aveva impiegato tempo ed energie ogni qualvolta si era messo in testa di realizzare uno scopo. Era stato così all'università, così nel lavoro, e così con Anita. L'aveva vista, gli era piaciuta da subito, aveva fatto il possibile per averla, per rubarla a Sergio, ed alla fine ci era riuscito. Si erano sposati, avevano avuto dei figli, ma poi, dopo qualche anno lei aveva rincontrato Sergio ed aveva riscoperto la passione e l'amore adolescenziale. Dopo pochi mesi di incontri segreti, aveva deciso di dire tutto a Dario e di dividersi. Lui, fresco separato, non aveva atteso per "rimpiazzare" Anita, per i primi mesi si era dato alla pazza gioia, libero dai vincoli coniugali e dai rimorsi sentimentali, poi aveva preso a frequentare una collega, una tipa interessante, separata da qualche anno, ed aveva deciso che poteva essere "quella giusta". Dopo appena tre mesi di convivenza aveva capito che quel rimpiazzo non era stata un'idea geniale e allora aveva cercato altre distrazioni. Il fatto è che tutte le distrazioni potevano andar bene per qualche mese, ma nessuna riusciva davvero a fermarlo. Nessuna meritava l'attesa. Perfino Anna, bella e passionale, molto più di quanto lui meritasse, perfino lei non era riuscita a cambiarlo. "Hai una smania di conquista, una necessità di ricevere conferme che non ti fa capire niente, dovresti essere più sicuro di te, aumentare la tua autostima!", gli aveva detto un giorno a telefono, ma poi non gli aveva concesso la possibilità di replicare e l'aveva lasciato. L'inquietudine di Dario, dopo quell'evento, si era trasformato in desiderio di possesso nei confronti di Anna, ma lei sapeva che quell'uomo non sarebbe stata una compagnia ideale ed aveva provato a dimenticarlo. Lui la cercava e lei si negava. Lui la corteggiava e lei lo ignorava. Dopo qualche settimana Anna era già stata rimpiazzata da Claudia. Questa volta Dario aveva a che fare con una donna più giovane e più decisa, meno vulnerabile, e soprattutto più sincera. Dopo i primi tempi aveva già capito di essere stata solo "usata" per rimuovere il pensiero di un'altra donna. Non gliel'aveva detto subito, aveva aspettato che lui capisse di essere stato scoperto, poi, al momento che aveva ritenuto opportuno, gli disse che non ci stava più a quel gioco, che a lei piacevano i rapporti veri, vissuti fino infondo. "Tu scappi dalle donne vere, Dario, tu temi di perdere definitivamente la testa per qualcuno e ti trovi mille distrazioni per non darti mai esclusivamente ad una, una sola di noi! Fermati Dario, fermati ed aspetta." Gli disse così Claudia una sera, ma Dario la assalì ribattendo: "E saresti tu la donna giusta? Tu saresti una delle donne "VERE" da cui scappo? Complimenti Claudia, complimenti! La verità è che siete tutte uguali, tutte a volere che io mi accasi, che trovi la sistemazione definitiva. Mammamia che noia che siete, tutte a volere l'esclusiva!" "Ma chi ti vuole? Ma chi ti credi di essere? Uno come te, meglio perderlo subito, adesso!" Urlò Claudia sbattendo la portiera dell'auto di Dario.
Ed anche Claudia era fuori! 
Adesso bisognava rimettersi in gioco, o tornare a stuzzicare qualche vecchia amica, oppure lanciarsi in una nuova avventura. Mentre pensava al suo futuro, alla nuova ipotetica compagnia, guidando nel buio della notte, una figura femminile si era presentata d'improvviso avanti agli occhi, la frenata brusca per evitare di investirla, la sgommata, il panico, le urla e poi ... DRRRIIINN DRRIIINN, la sveglia era suonata a ricordargli che sarebbe cominciato un altro banalissimo, meraviglioso giorno insieme alla sua Anita. 

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